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Categoria: dieta gastrosofica e nutrizione

Pane, Olive, Verdure e Vino degli antichi Greci


Testo di Ivana Tanga
Giornalista e consulente tematiche lettarie di questa rivista.


Il pane
Ad accompagnare il cibo quotidiano del greco antico era il pane, che, talvolta, sotto forma di galletta, fungeva anche da piatto. Alimento-icona della dieta mediterranea, esso era preparato in numerose varianti. L’informatissimo Ateneo ne elenca un centinaio di tipi. Quello più diffuso era la “maza”, una galletta di farina d’orzo, consumata, soprattutto, dai meno abbienti. Il pane di farina di frumento, più pregiato, era riservato ai giorni di festa. Quello venduto nell’Agorà di Atene, detto “agoraios”, era il più rinomato tra i pani dell’Attica. Ma anche quelli della Beozia e della Tessaglia erano ritenuti di buona qualità. Per Ippocrate, il migliore era l’”obelites”, cotto allo spiedo. I fantasiosi greci producevano perfino un pane a forma di fungo, detto “boletos”. Numerosi erano anche i pani cerimoniali offerti sugli altari alle varie divinità. Su di un sarcofago rinvenuto ad Haghìa Triada (Creta) compare, in bassorilievo, un sacerdote nell’atto di offrire un cesto colmo di pani. La Creta minoica già conosceva, dunque, i segreti della panificazione. Vi erano poi anche dei pani speciali, preparati per varie ricorrenze (matrimoni, funerali, battesimi ecc.). Il “gamelio”, impastato con miele e sesamo, era consumato nel banchetto nuziale; mentre, la “koliva” di semi e frutta secca, impastati con miele, era immancabile nei funerali. Un’usanza, questa, giunta fino ai nostri giorni.

Le olive
Un altro prodotto immancabile sulle mense greche erano le olive, consumate fresche o in salamoia. Archestrato raccomandava di “servirle rugose e mature e che tutti mettano sempre il finocchio in quelle in salamoia”.
Secondo Ippocrate, queste sarebbero state molto nutritive, tanto che un uomo poteva sopravvivere con otto olive al giorno. Anche Platone era un grande estimatore del sacro frutto dell’ulivo, tanto che, nei simposi era capace di mangiare soltanto olive. Quelle preferite dal filosofo erano le olive lasciate maturare sull’albero, dette “druppae”. Ve ne erano di moltissime qualità: la bianca, la nera, la georgerina, la pitryde e la iscadi erano le più diffuse.

Le verdure
Tra le verdure, consumate crude e cotte soprattutto dalla plebe rurale, ricordiamo le cosiddette “portulacee”, diverse specie di cavolo e di cicoria, vari tipi di bieta, di spinaci e di lattuga. Quest’ultima, in particolare, aveva fama di spegnere il desiderio sessuale e, perciò, tenuta in gran considerazione dal morigerato Pitagora che la chiamava “eunuco”. Per Diocle di Carysto, la migliore lattuga era quella nera, ma ve ne erano molte altre specie (rossa, verde, bianca, “a cappuccio”). La più saporita, secondo il botanico Teofrasto, giungeva nei mercati greci da Cipro.
Al contrario della lattuga, erano ritenuti afrodisiaci i porri, le cipolle, l’aglio, la menta. In particolare, quest’ultima era ritenuta un’erba sacra, dal potere eccitante e corroborante, nata dal corpo smembrato della ninfa Mintha, amante del dio degli Inferi, Ade. Anticamente, essa era usata nei riti funebri per profumare i cadaveri.

Il vino
Oltre all’acqua e all’idromele, che si bevevano soprattutto in estate, era senza dubbio il vino la bevanda per eccellenza degli antichi greci. Intorno a questa bevanda si sviluppò tutta una liturgia ricollegata della socialità simposiale. “Nettare degli dei”, “sangue di Dioniso”, “ambrosia dell’Olimpo” erano alcuni degli appellativi con i quali i greci definivano il vino. L’immaginario primitivo credeva che nella bevanda vi fosse una componente di fuoco. E ciò perché il vino greco antico vantava una altissima gradazione alcolica, dovuta alla vendemmia tardiva (la raccolta si effettuava quando le foglie erano già cadute, ndr.).Diversi erano i vini di buona qualità. Archestrato di Gela pone ai primi posti il “biblino profumato” proveniente da Biblo (Libano) ed il “lesbio”, prodotto sull’isola di Lesbo. “Gloria d’ambrosia, bevanda che circola sulle mense dell’Olimpo” declama il gastronomo siciliano. Mentre, sulle tavole degli eroi omerici, oltre all'Ismaro, compariva il vino Pramnio (prodotto ad Ikaria), considerato il primo vino d.o.c della storia. Nell’Iliade, Nestore offrirà al medico Macaone “vino pramnio, mescolato con formaggio grattugiato e bianca farina”. Inoltre, è documentato come tutti i vini greci, a prescindere dalla qualità e dalla gradazione, avessero in comune un retrogusto resinato, dovuto alla resina di pino che sigillava le anfore. Per conservarlo più a lungo, lo si aromatizzava con miele, timo e altre spezie. Non di rado lo si miscelava con acqua di mare, una mistura che, come riferisce l’informatissimo Ateneo “aveva il profumo delle viole”.
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