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Hedypątheia (le delizie della vita) - Archestrato di Gela


E' il primo scrittore (IV sec. a.C.), che dell’arte gastronomica abbia fatto argomento di versi in un poema intitolato “Hedypàtheia” (le delizie della vita).
Di questo componimento, scritto in forma epica arieggiante lo stile di Omero, si conosce solo qualche frammento citato da Ateneo.
Nel suo poema Archestrato racconta come abbia percorso tutta la terra e tutti i mari per conoscere quali siano le migliori vivande e i vini più pregiati. Tratta inoltre del pane, dei pesci, della selvaggina, della maniera di produrre e di conservare il vino. Soprattutto ai pesci dedica la propria attenzione, indicandone le qualità migliori, i luoghi da dove provengono, le specie più rinomate e le stagioni in cui è opportuno catturarli. Non a caso Archestrato, se non discepolo, è contemporaneo di Epicureo e per le delizie della mensa presenta un vero trasporto. A suo parere, l’uomo saggio che non voleva incorrere nell’ira degli Dei doveva provvedersi di cibi a peso d’oro, ricorrendo anche al furto e rischiando persino la morte.
Della stessa materia di Archestrato tratta la satira IV del libro II di Orazio (I sec. d.C.), e tracce dell’Hedypàtheia affiorano nel costume gastronomico di Roma antica e indirettamente anche nell’opera di Apicio.

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