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De agricoltura - Marco Porcio Catone


Nato in campagna, figlio di contadini, era anche lui stesso contadino prima di abbracciare il cursus honorum, sorta di percorso professionale costituito da un susseguirsi di cariche pubbliche. Fedele alla terra, riteneva la proprietà fondiaria come l'unico mezzo di ricchezza accettabile.

Catone (234-149 a.C.) fu un personaggio di spicco della storia repubblicana. Prima console e poi censore, temendo l’avvento della lingua e dei costumi orientali, finì la sua carriera facendosi promotore di una politica che voleva le donne, plagiate dalla moda greca, tornare alla semplicità nei costumi domestici per preservare la famiglia considerata sacra.
Il De agricoltura (titolo presumibile del trattato), scritto al culmine della sua vita, offre ad un ipotetico imprenditore agricolo dei consigli sulla conduzione dell'azienda. Nel testo troviamo raccolte informazioni sulla coltivazione dei campi, sull'allevamento, sulle pratiche enologiche ed olearie, sull'arte culinaria con ricette di piatti “poveri” preparati usando i prodotti delle terre italiche.
Più che un podere familiare, l'azienda descritta da Catone sembra un'autentica impresa agraria. Negli anni in cui la politica di conquista stava portando la sfera del dominio romano ad assumere dimensioni continentali, l'agricoltura latina mostrava i primi segni di quella trasformazione in agricoltura mercantile che si compirà con l’età imperiale. Tale processo si realizzò nello sviluppo parallelo di due fenomeni: l'ampliarsi delle dimensioni aziendali e lo specializzarsi di ogni azienda (in Italia e nelle regioni conquistate) in un settore specifico di produzione.
Rivolgendo la sua attenzione a quelli che già appaiono come i due settori caratteristici dell'agricoltura italica, Catone si preoccupa soprattutto di dettare le norme per la conduzione di un'azienda olivicola e di una viticola.
Infatti a partire dalla metà del III secolo a.C., e soprattutto dopo la guerra annibalica, lo sviluppo storico portò ad un generale regresso della cerealicoltura italica e quindi alla rovina dei piccoli proprietari.
Estese superfici di terreno, un tempo occupate da poderi contadini, furono convertite in pascoli ed adibite all'allevamento di grosse mandrie bovine ed ovine. Mentre nelle immediate vicinanze delle grandi città si poteva praticare su scala ridotta l'orticoltura, le coltivazioni della vite e dell'olivo - che richiedevano l'impiego di ingenti capitali - erano accessibili sopratutto alle grandi aziende agrarie.

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