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Storia del rito dell'aperitivo


In ogni tempo, sotto ogni clima, l’uomo ha cercato e trovato, nelle bevande alcoliche, come scrive Montaigne: “… il dio buono che addolcisce le passioni dell’animo come il ferro è ammorbidito dal fuoco”.
Tra queste bevande c’è una categoria che da sempre è consumata prima dei pasti: l’aperitivo.
Il termine, derivato dal latino “aperitivus” passato attraverso il francese “apéritif”, indica la funzione di un liquido che, come hanno dimostrato accurati studi medici, grazie a sostanze di sapore amaro apre lo stomaco e lo prepara ad una buona digestione.
Nelle diverse culture le finalità fisiologiche dell’aperitivo sono poi amplificate dal suo valore psicologico, quale preludio di un incontro piacevole. Gli Assiri prendevano l’aperitivo con vino di palma; i Pellerossa consumavano succo d’acero fermentato, mentre i Tartari bevevano latte inacidito di cavalla. Greci e Romani erano soliti inaugurare i pasti assumendo vini aromatizzati con carciofo e genziana.
In Italia, l’aperitivo “moderno” si impose a fine settecento con la diffusione del vermouth.
In Francia, nel periodo della Rivoluzione, nacque invece il bitter, ottenuto da una soluzione d’acqua e alcol, diluita nella soda, e aromatizzata con estratti d’erbe e piante.
Oggi si possono distinguere i seguenti gruppi di aperitivi:
alcolici, analcolici, amari (diluiti con ghiaccio, acqua e selz), liquorosi (rosoli), quelli a base di vino (es. Vermouth), e quelli costituiti da vini veri e propri (bianchi secchi o rosati).
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